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Il dolore di prima

Teatro Contemporaneo

Tournée
di Jo Lattari edito da Castelvecchi Editore
regia Mario Scandale
con (in ordine di apparizione)
Betti Pedrazzi
Arturo Cirillo
Valentina Picello
Paola Fresa

scene Francesco Fassone
luci Camilla Piccioni
costumi Nika Campisi
video Leo Merati
produzione
CrAnPi, Marche Teatro, Fondazione Sipario Toscana, Sardegna Teatro
con il sostegno di Teatro Biblioteca Quarticciolo


A un certo punto della sua vita una ragazza se ne va. Forse parte, forse non parte. Ma il senso è lo stesso, abbandona il luogo in cui la sua vita è cominciata.
Lo abbandona, beninteso, senza lasciarlo mai, le origini sono quelle, non se ne scappa, di dosso non si levano. È però compiuto l’essenziale, il distacco, l’assunzione di un punto di vista dal quale guardarsi le spalle. “Il dolore di prima” è la storia di questo andare via, ovvero di questa presa di coscienza che si è cresciuti, che è arrivata la maturità e che la maturità coincide con la giovinezza: gli anni in cui si ha ancora la forza e il desiderio (soprattutto il desiderio) di farla finita con il dolore che ci ha accompagnati fino a quel punto.

Si tratta di un momento forse breve, ma esso è un momento miracoloso, è costato una fatica sovrumana, congiunge la sofferenza e la liberazione dalla sofferenza.
Franco Cordelli, prefazione a “Il dolore di prima” - Castelvecchi Editore
Corriere della sera


Un’opera scritta per il teatro, ma si legge come un romanzo. Il protagonista è il tempo, quello che non si vede. Perché la cosa veramente importante, in “Il dolore di prima” di Jo Lattari, in uscita a giugno per Castelvecchi, è ciò che si consuma fuori scena, quei lunghi otto anni che la protagonista ha trascorso lontano dalla famiglia. Nella vita della Figlia (i nomi dei personaggi sono definiti dal legame di parentela), il richiamo di lega sempre all’emergenza. Dopo aver diretto la vestizione funebre del padre, ora è della malattia della madre che deve occuparsi. E lei che fin da piccola ha pregato Dio di avere un disturbo, un handicap, un male qualsiasi che la facesse sentire meno sola in quella casa-sanatorio dove per esistere bisognava almeno simulare uno svenimento, adesso si trova a fare esperienza del miracolo.
Katia Ippaso, il Venerdì di Repubblica